Nella nostra cultura il lavoro è portatore di identità: ovvero, siamo la nostra stessa professione. Non solo spesso ci identifichiamo, ma veniamo identificati dagli altri. Non diciamo, per esempio, “faccio l'operaio” ma “sono operaio” o “sono insegnante”, e così via. Con il “ruolo” veniamo riconosciuti e accettati, anche sui social. I rider, pensavo, prototipi dei lavoratori-schiavi del terzo millennio: “Sono un rider”, dirà un rider, e se il lavoro non ce lo hai per niente, soprattutto se vivi in zone dove il tasso di disoccupazione è basso e dunque c'è benessere presunto, qualcosa di strano in te c'è, e vieni visto con diffidenza. Non hai perso semplicemente il lavoro, ma
sei, verbo essere, “semplicemente” un disoccupato. Come se fosse semplice
fare il disoccupato.
La Costituzione italiana inizia così: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Più di così.
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Immagine: Charles Clyde Ebbets, Lunch atop a Skyscraper, 1932.