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L'ultima dedica di Mario Vargas Llosa



La letteratura ha il potere di imprimere una direzione alla Storia? Con questo eterno interrogativo si è congedato Mario Vargas Llosa, in un romanzo intitolato al silenzio.

La metafora del silenzio infatti è il filo conduttore dell'ultimo libro dello scrittore peruviano, morto il 13 aprile scorso lasciando un vuoto nella letteratura sudamericana e mondiale. Proprio di recente la casa editrice che lo pubblica in Italia, Einaudi, ha dichiarato che in autunno uscirà postumo un suo romanzo breve, I venti.

Le dedico il mio silenzio, è uscito nel 2024 nella traduzione di Federica Niola e ha come protagonista Toño Azpilcueta, di origini improbabili, cognome basco e padre italiano; è un personaggio malinconico e bizzarro con la fobia per i roditori, ma il più grande esperto di musica peruviana.

Gli accademici però ignorano Toño Azpilcueta, sebbene lui non senta di valere meno di loro. Oltre a scrivere articoli per cui viene pagato pochissimo, impartisce lezioni di Disegno e Musica tenute al Colegio del Pilar in un quartiere di Lima molto distante dal suo. In cambio riceve istruzione gratuita per le sue due figlie, Azucena e María, di dieci e dodici anni. Un giorno riceve una telefonata inaspettata proveniente da un famoso intellettuale, il dottor José Durand Flores, che lo invita a seguire il concerto di quello che considera il miglior chitarrista che sia mai esistito, Lalo Molfino il nome, ma Toño incredibilmente non ne ha mai sentito parlare. Accetta «senza immaginare che l’invito gli avrebbe rivelato una verità che fino a quel momento aveva solo intuito».

Dopo aver ascoltato Molfino suonare e aver provato sensazioni ed emozioni uniche e soprattutto dopo che il geniale musicista improvvisamente muore, per giunta nell’indifferenza generale, vuole rendergli giustizia, e decide di scrivere un libro su di lui. Per farlo dovrà recarsi nei luoghi dove Molfino è cresciuto, a Puerto Eten, paesino costiero sperduto situato a Nord del Paese. Porta avanti l’ambizioso progetto come una missione, e può farlo grazie alla moglie, Matilde, che pensa al sostentamento della famiglia con lavoretti precari e all’amico e conpadre Collau che gli dà fiducia e lo aiuta economicamente ad affrontare il viaggio. Il periodo non è dei migliori per la Nazione, già segnata da contrasti e lacerazioni sociali profonde. Le violenze e gli attentati di Sendero Luminoso, movimento rivoluzionario fondato da Abimael Guzmán, imperversano.

Il nostro però non vuole realizzare solo una biografia di Lalo Molfino, ma un vero e proprio trattato sul folklore peruviano, visto quest’ultimo come strumento di pace e unione fraterno. La stesura si rivelerà ben presto più complessa del previsto. L’autore sembra non essere mai soddisfatto del lavoro svolto, continue sono le aggiunte per migliorarlo. Vuole che sia perfetto. Ultimata l’opera si pone il problema di convincere un editore, e infine il pubblico, delle sue argomentazioni.

La huachafería – letteralmente “pacchianeria”, un tratto che accomuna la maggior parte dei peruviani di ogni estrazione, ma è in particolare espressione di identità – e il vals criollo – tipico valzer dalle caratteristiche seducenti – provengono dalla fusione di etnie diverse: europee, andine e africane.

I luoghi dove si formarono i primi ballerini e chitarristi erano delle anguste stanzette, i callejones, dove vivevano stipate persone che con tutta la famiglia si trasferivano dai villaggi verso la capitale, alla ricerca di lavoro. Nessuno avrebbe mai pensato che in quei locali avrebbero trovato dimora le musiche popolari, eppure è accaduto. Così come la storia d’amore emblematica, definita “esempio empirico” dal narratore, fra Toni Lagarde, un ragazzo di Miraflores di buona famiglia e la negrita Lala Solórzano, ballerina del vals, nonché figlia di genitori umili che abitavano in un callejón. Nessuno avrebbe scommesso sui due; invece il loro è stato un matrimonio felice e duraturo. Sono rimasti uniti nonostante le barriere, contro e oltre ogni pregiudizio culturale e razziale:

«Ma i genitori di Toni non lo perdonarono mai. Erano testardi, di quelli che mantengono i loro rancori a oltranza, e gli chiusero per sempre le porte di casa loro».

Tra contenuti romanzeschi e saggistici (e alternando narrazione in prima e terza persona) Vargas Llosa costruisce una metanarrazione tra il mito e il reale, tra magia e memoria storica, dove si mischiano personaggi esistenti, come la cantante Cecilia Barraza, di cui Toño è segretamente innamorato, e personaggi di fantasia.

Non riconosciuti entrambi dalla società, Lalo e Toño rappresentano un popolo emarginato, ma mai sconfitto. Forse un libro non cambierà il mondo, ma potrà gettare un seme per le generazioni future. Sembra essere questo l’ultimo messaggio di speranza e sogno del Premio Nobel per la letteratura 2010.


(Anche su Gli Stati Generali, link all'articolo le-dedico-il-mio-silenzio-di-mario-vargas-llosa/)


                           


I quattro musicisti, dipinto di Fernando Botero, si trova nella copertina del libro







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